No Man is an Island: Swim to Me

Paul Carter (UK)

No Man is an Island: Swim to Me

20 ottobre | Cortile | 17:45 e 21:15

Durata/running time: 30’ (parte iniziale/initial part) e 30’ (parte conclusiva/final part)

prima assoluta/world premiere


Una pila di ostacoli carbonizzati. Assertivo, entra, mettendoci le radici. Avvolgente, invadente. Una massa nera ammassata, una foresta densa e soffocante, si aggrappa come sanguisughe. Ineluttabile, torreggiante, circondante. Un orizzonte degli eventi, un peso morto, un dolore sordo. Soffocare il respiro e l'essere della pelle. Stretto, diritto, soffocante a sinistra, a destra e al centro. Premuto contro, intrappolato all'interno. Oscurità incrostata, intorpidita e persa.
Alla deriva, un'isola. Io separato e disimpegnato. Nell'oscurità più lontana, un movimento. Una fragile luce freme, ansima per la vita, sputacchiando, sobbalzando. Urgenza emergente, apatia perforata. Una brezza accarezza profondamente, risvegliando il dormiente. Allentare le catene, scuoterle, prendere azioni drastiche. E poi radere al suolo, sbriciolarsi, ruzzolare, spezzarsi, scheggiarsi, frantumarsi, spargersi. Catarsi abrasiva. Avariato e contuso. Nessun uomo è un'isola: nuota per me, accetta aiuto. Non c'è bisogno di farlo da solo. Ponte, terra e isola, percorrere una strada per il riscatto, un percorso per ritornare. Ricollegare, reinserire.
Ritorno di sé, sensazione, calore ravvivato. È tempo di tornare. Torna indietro.
L'erba umida sotto i piedi calma gradualmente.
Nessun uomo è un'isola
No Man is an Island: Swim to Me (nessun uomo è un'isola; nuota a me) è un'installazione performativa partecipativa composta da una serie di opere che contemplano i momenti più bui della nostra vita, quando il vuoto nero ci consuma, inghiottendo tutto tranne quell'ostacolo insormontabile che abita l'interezza dell'essere. Il lavoro di Paul Carter apre lo spazio per riflettere su queste esperienze incarnate, con l'intento di innescare una catarsi, mettendo a riposo momenti difficili.

Charred obstacle stack; asserting. Set in, taking root. Enshrouding, encroaching. A black mass amassed, a dense suffocating forest follows; clings, leeches. Inescapable, towering, encircling. Event horizon. A dead weight, a dull ache. Choking skin’s breath and being. Tight, bound, smothering left, right, and centre. Pressed against, trapped within. Encrusted darkness; numb and lost to it.
Adrift. Island. Severed and disengaged. Within the furthest dark, a stirring. A fragile light quivers. Skin and being gasp for life; spluttering, jolting back. Emerging urgency. Apathy punctured. A breeze caresses deep, awakening the dormant. Loosen the shackles, shake them off. Take drastic action. Raze it to the ground; crumbling, tumbling, cracking, splintering, shattering, shedding.
Abrasive catharsis.
Battered and bruised. No man is an island; swim to me. Accept help. No need to do this alone. Bridge land and isle, path a road to recovery, a path back. Reconnect, reengage. Whittle the connection clean. See the wood for the trees. Returning self; sensation, warmth enlivened. Time to return. Go back.
Moist grass underfoot, soothes step by step.
‘No Man is an Island; Swim to Me’ is a participatory performative installation in a series of works that contemplates the darkest moments in our life when the black void consumes us, swallowing all but an unsurmountable obstacle inhabiting the entirety of being. Paul Carter’s work opens up space to reflect on these embodied experiences with an intent for catharsis to take hold, laying troubled times to rest.


CREDITI/CREDITS

di/by Paul Carter
Sketch di/sketch by Stephen Prince


Radicate nell’esplorazione umanista del mondo nel momento del suo incontro, le performance di Paul Carter sono crude e sincere nel loro modo di riconoscere, considerare e accogliere il “qui ed ora”. Una presenza incarnata e in ascolto spinta all’azione da un chiaro intento di esplorare domande, navigare in acque sconosciute, e scavare in profondità per giungere a nuove intuizioni. Il suo lavoro vuole reimmaginare, rimescolare, reindirizzare e rimettere in discussione il nostro sistema di valori e il modo in cui ci relazioniamo e navighiamo in questo mondo, con l’obiettivo di di catalizzare un cambiamento in positivo.
Per oltre un decennio (dal 2006 al 2017) Paul ha collaborato con Alexandra Zierle nel duo di performance art Zierle & Carter, in un’intensa attività performativa ed espositiva all’interno di festival, mostre e spazi di residenza in tutto il mondo, attraversando in ogni continente musei e gallerie, cinema abbandonati, templi, parchi cittadini, giardini barocchi, orli di precipizi, pianori montani coperti di neve, bunker della seconda guerra mondiale, tunnel, biblioteche, foreste in fiamme, crateri di vulcani e piedi di ghiacciai. Spostato il focus sulla pratica solista, l’interesse di Paul Carter è ora rivolto all’approfondimento di un approccio in relazione con il sito, attraverso l’esplorazione di dispositivi durazionali, basati sul processo e guidati dai materiali, nel tentativo di svelare ed evocare esperienze potenti, di grande impatto, esplosive, non mediate.

Rooted in a humanist exploration of the world as he encounters it, Paul Carter’s performance work is raw and sincere in its acknowledgement, consideration and embracing of what’s ‘here’ now. A ‘listening’ embodied presence moved into action by a clear intent to explore questions, navigate unknown terrains, and to delve deep to arrive with new insights. His work looks to reimagine, reshuffle, readdress and requestion our belief systems and how we interface and navigate this world with an intent to catalyse positive change.
For over a decade (2006 to 2017) Paul collaborated with Alexandra Zierle in the performance art duo Zierle & Carter, performing and exhibiting extensively in festival, exhibition and residency contexts throughout the world across all continents, from museums and galleries, to empty cinemas, temples, city parks, baroque gardens, cliff edges, snow covered mountain plateaus, world war two bunkers, tunnels, libraries, bush fire forests, craters of volcanoes, and bases of glaciers. Shifting his focus to a solo practice, Paul Carter’s interest now lies in deepening a site responsive performance approach that explores durational, process based, and material led concerns in an attempt to unearth and evoke powerful, arresting, charged and unmediated experiences.

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